Camminare 53 giugno / luglio 2015

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Al momento di licenziare in tipografia le bozze di questo fascicolo di “Camminare”, continuano a giungere dal Nepal notizie tragiche e sconfortanti. Dopo il terremoto, il numero dei morti continua a salire di giorno in giorno.

Molti di noi conoscono le montagne nepalesi per via dei trekking nei luoghi più belli della catena himalayana, e rincorrono notizie degli amici che abitano da quelle parti. E qualcuno, tra i quali chi scrive queste note, si trova a riflettere con un po’ di amarezza sul fatto che nei giorni del sisma gli aiuti e gli interventi sembrano non essere stati uguali per tutti. Sappiamo che alcune delle operazioni di soccorso, ad esempio, hanno privilegiato soprattutto i turisti ricchi, che non hanno problemi a coprire i costi dell’elicottero, prima di occuparsi dei residenti. Intendiamoci: nessuno di noi pensa di negare un aiuto alle decine di alpinisti in difficoltà. Ma le operazioni di salvataggio non possono oscurare la tragedia che si è consumata nel centro storico e nelle periferie della capitale, dove migliaia e migliaia di persone sono allo sbando. Né far dimenticare ciò che sta succedendo lontano dalle valli non servite dalle strade dove, a differenza di scalatori e trekker impegnati in attività ludiche o culturali, c’è chi, nella normalità quotidiana (figuriamoci quindi, nei giorni del dopo terremoto) continua a lottare per sconfiggere l’indigenza e le necessità primarie della vita.

In Italia, molti si sono fatti un’idea curiosa del Nepal e della contemporaneità di quel Paese. La verità è che, a parte la capitale e le località frequentate dal turismo e dai trekker (quella della valle del Khumbu, ad esempio, dove arrivano i servizi, c’è internet e la possibilità di comunicare con il mondo), la gran parte del Paese è ancora oggi sprofondata in un medioevo che non ha contatti con la modernità. Ci sono zone montane in cui i villaggi sono serviti solo da sentieri e mulattiere, piccoli abitati letteralmente appesi ai pendii delle montagne in cui le abitazioni sono affastellate le une sulle altre, in equilibrio precario. In quei luoghi è calata la cortina del silenzio. E nessuno al momento è in grado di fare una stima dei danni causati dal terremoto nelle zone isolate.

Bisogna però aggiungere che non tutto il Nepal è stato messo a soqquadro dal terremoto. Le regioni più colpite sono quelle al centro del Paese, con tutte le zone turistiche e la porzione di Himalaya che va dal Manaslu all’Everest. Il circuito dell’Annapurna, il Mustang e il Dolpo non hanno subito veri danni, come invece è capitato al Khumbu e al Langtang. Crolli impressionanti e molti morti si sono invece registrati a Bandipur e nelle tre città reali della Valle di Kathmandu, che hanno avuto ingenti danni al patrimonio culturale.

Ovunque, in Nepal, c’è voglia di tornare alla normalità. Mentre scriviamo, la popolazione, il governo, le onlus nazionali e internazionali e le municipalità hanno già ripulito maggior parte dei siti storici e dell'Unesco, fra cui le tre piazze reali e Durbar Squares. A Patan sono già incominciati i restauri. Non solo per questioni turistiche, ma perché le antiche strutture rappresentano luoghi di culto tutto in uso, e non sono musei del passato.

Per chi volesse far giungere il suo aiuto ai piedi dell’Himalaya, ricordiamo che Il Club Alpino Italiano ha attivato una raccolta fondi pro Nepal, con un conto corrente (“Il Cai per il Nepal”) aperto presso la Banca Popolare di Sondrio, Agenzia 21 di Milano, Iban IT76W0569601620000010354X93. La destinazione del ricavato sarà decisa insieme alla Nepal Mountaineering Assiciation, a cui sarà affidata anche la gestione in loco dei fondi raccolti.

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